Catullo Ciacci: ricordo inedito di Paolo Guarducci

Il Menestrello anno 7° n. 18 del 13 maggio 2006

Ricordo inedito di Paolo Guarducci

Catullo a Trieste e Vittorio Veneto nel 1961 ed altri piccoli flash.
Più di 50 anni addietro l'età, quattro anni di meno, la categoria, io esordiente Lui dilettante già affermato, il lavoro, mi hanno permesso di effettuare soltanto saltuari allenamenti con Catullo. Qualche volta insieme ad Odino Baldarelli di Fano, di Graziano e Romano Grottoli, di Gabriele Tordini, Rino Artigiani, ecc.
A volte anche con Italo Mazzacurati che venendo dalla Romagna mi incuriosiva sul come avrebbe fatto a tornare a casa dopo la pedalata comune. Solitamente facevamo il solito percorso, chiamato "il giro dei novanta", cioè Fossombrone, Fano, Pesaro, Urbino, Fossombrone. Nella mia categoria, gli "esordienti", per regolamento le gare non potevano superare i 55 km, quindi farne 90, seppure in allenamento, erano molti e tornavo stanco. Per gli altri "il giro" era quasi una passeggiata. Il lavoro mi impediva allenamenti costanti ma non di seguire le domenicali travolgenti volate vittoriose di Catullo (ricordo bene suo padre Santino dire agli amici: "deve vincere, devo pagare la rata del camion!"). Ricordo anche l'irruenza di Santino durante e dopo le gare e la disposizione della U.V.I. delle Marche che l'invitava a stare calmo, pena l'esclusione di Catullo dalle gare. E non ho mai dimenticato le tante vittorie, oltre venti in tre anni, più gli innumerevoli piazzamenti, di Romano e Graziano, che purtroppo d'improvviso abbandonarono il ciclismo arruolandosi nella Guardia di Finanza. Prestarono servizio anche a Chiasso ed in occasione di una mia venuta in Italia per partecipare ad una gara a Reggio Emilia scrissero parole di saluto sul tagliando della mia bici che si trovava nel vagone bagagliaio. Non ho mai dimenticato le belle gare di Gabriele e quelle di Amerigo Severini nella Bologna-Raticosa o nel Giro del Frignano a Pavullo, che impressionarono anche Gino Bartali. La maglia della "Polisportiva Forsempronese" era conosciuta in mezza Italia e coloro che in gara l'indossavano erano controllati a vista.
Nessuno si offenda se oso esprimere un rimprovero a chi non ha sentito il dovere di conservare l'archivio storico sociale e nemmeno le centinaia di coppe e trofei vinti dai ciclisti con la maglia biancoazzurra della "forsempronese".
Emigrato in Svizzera, ho conosciuto il campione svizzero Rolf Graf, la cui abitazione era adiacente la sede della ditta ove lavoravo. Così il titolare della ditta mi concedeva alcune ore libere per accompagnare Rolf nei suoi allenamenti nelle poche occasioni che non era in giro per l'Europa. Allenamenti che per me, ancora una volta, erano più duri di una gara. Pedalando si parlò di Catullo e Rolf, che lo conosceva bene, col suo perfetto italiano appreso quando gareggiava per la Philco e la Carpano, mi confidò che lui, considerato un ottimo discesista, era inferiore in questo a Ciacci. Precisò poi che le discese vengono dopo le salite e se in salita perdi troppo non recuperi! Questo era ed è il limite dei tanti velocisti e discesisti.
Intanto mi dedico anche al ciclocross, con risultati leggermente migliori che su strada.
Torno in Italia per fare il servizio militare; siamo nel maggio 1960, anno delle Olimpiadi di Roma. Franco Mealli, allora Presidente Regionale del Lazio, mi tessera con la Libertas Centocelle e chiede ed ottiene per me, sulla base del punteggio acquisito all'estero nel ciclocross ed a norma dell'accordo CONI - Ministero della Difesa, il riconoscimento - immeritato - della qualifica di P.O., nonstante il ciclocross non fosse a quei tempi disciplina olimpica.
A settembre avviene il mio trasferimento a Padova, ove trovo gli amici forsempronesi Gastone, Bindo e Leonardo i quali, conoscendo il mio scarso valore atletico, ovviamente rimangono sorpresi nel vedermi uscire di caserma in bici per allenarmi.
Ai primi di ottobre nuovo trasferimento a Vittorio Veneto, presso il Q.G. delle Trasmissioni ed a gennaio 1961 passaggio alla Unione Ciclistica Vittorio Veneto. Mi accorgo subito che la musica è cambiata; abituato a gareggiare nelle Marche con massimo 30 concorrenti e nel Lazio con non più di 40, mi ritrovo in gruppi di 180/200 ed oltre, con velocità tali che se osavo risalire il gruppo all'arrivo della salita era già cotto. Sul piano con i passisti veneti avevo difficoltà anche in allenamento ed il D.S. Pollini, da buon tecnico, per evitare difficoltà alla preparazione dei compagni di squadra, mi faceva stare sempre in coda. Capii pertanto che il ciclismo doveva per me restare soltanto un hobby ed infatti tale è rimasto per altri 43 anni. Espletavo il servizio appena fuori Presidio, presso il Centro Ponte Radio di Cima San Paolo, assieme ad un sergente ed altri tre soldati. Eravamo come una famiglia; per farmi allenare con la squadra mi facevano fare il turno del mattino. Nel frattempo parte il Giro del Centenario dell'Unità d'Italia e salto qualche allenamento per vedere le tappe in TV presso la Trattoria Armellin, in Piazza Cattedrale, evitando accuratamente il Bar Dino, che fungeva anche da sede sociale. Ma Pollini lo viene a sapere e di fronte alle mie invenzioni di inesistenti dolori, intima: "Poche storie! Se vuoi che ti faccia partecipare alla cronometro del Consiglio fai come gli altri! Oggi alle 15 esatte ti fai con loro una bella sgambata fino a Feltre passando per Belluno attraverso il Santa Croce e non ci fermiamo nemmeno un attimo; tua sorella la saluterai un'altra volta e il Giro non finisce oggi!" Pollini giustamente non ammetteva dissensi ed io, non volendo perdere i privilegi sportivi derivantemi dall'essere stato immeritatamente inserito nei militari P.O., al pari di atleti di interesse nazionale ed olimpico, quali l'ostacolista primatista europeo Morale, i calciatori Stacchini e Leoncini della Juventus o Tettamanti del Lecco, i ciclisti Maffezzoni, Venturelli, Trapè, il fanese "Peppe" Tonucci, ecc., piegai la testa.
Così la notizia del secondo posto di Catullo nella tappa Vicenza-Trieste, dietro a Rik Van Looy, e per questo da considerare già una vittoria, e davanti ad un velocista di rango come Rino Benedetti, la ricevetti al rientro dall'allenamento da un raggiante Maresciallo Spaggiari, originario di Montemaggiore al Metauro, il quale mi raccontò, in dialetto, tutta la volata e soprattutto la pacifica discussione ciclistica avvenuta nel corso dell'ultimo km., tra Benedetti che chiedeva a Catullo di scansarsi perchè voleva mettersi lui sulla scia di Van Looy e Catullo che invece non si spostò nemmeno di un millimetro conscio che dietro Van Looy il secondo posto era quasi assicurato.
Il maresciallo non stava nella pelle, io ero felicissimo per Catullo e sfornavo una sfilza di porco boja perchè dovendo obbedire a Pollini non avevo visto il finale di tappa, i commilitoni ed i superiori ci guardavano ascoltando divertiti il nostro dialetto; il Colonnello Russomanno, col quale andavo molte volte a pesca sul Piave, scherzava col Cap. Pivetta dicendo che se per caso vincevo una gara io si sarebbe bloccato Cima San Paolo e poi l'intero Q.G. di Vittorio Veneto!
Il giorno successivo, il Giro osservava il 2° giorno di riposo e sarebbe ripartito, l'8 giugno, per fare tappa proprio a Vittorio Veneto. L'attesa di rivedere Catullo era grande e mi teneva in ebollizione. Subito dopo il termine della tappa mi recai presso l'Hotel della Vittoria ove sapevo che avrebbero alloggiato la "Carpano" di Nino Defilippis che aveva una maglia bianconera tipo Juve e la "Baratti" di Angelo Conterno con la maglia color granata del mio Torino. Le due squadre di fatto erano una e la Baratti comprendeva anche Catullo, il quale appena mi vide si stropicciò gli occhi per essere sicuro che quel tipetto con la divisa ciclistica della U.C. Vittorio Veneto fossi proprio io. Ebbe la stessa sorpresa di mia madre, mia sorella e mio cognato quando dalla Svizzera vennero a trovarmi a Vittorio Veneto nel novembre '60 e per vedermi dovettero aspettare il mio ritorno da un allenamento. Raccontai a Catullo il colpo di fortuna che mi era capitato facendo il servizio militare nell'anno delle Olimpiadi. Arrivò anche il "Carpano" Mazzacurati, che si ricordò del ragazzino che sulla salita da Trasanni ad Urbino andava via leggero, forte dei suoi 53 kg. e che nella discesa verso Bivio Borzaga per la paura tirava continuamente i freni. Al termine dei rispettivi turni di massaggi, gli altri ciclisti delle due squadre si avvicinavano a Catullo chiedendo chi ero; ed io, in mezzo a tanti professionisti curiosi mi sentivo frastornato. Per motivi inerenti il suo incarico, capitò anche il medico ufficiale del Giro, dott. Lincei, al quale Catullo disse di aver svolto il servizio militare, quattro anni prima, vedendo la bicicletta solo in fotografia, perdendo due stagioni sportive. E certamente pensava - ma non lo disse - che io, con un punteggio obbiettivamente insignificante rispetto al suo, ero stato proprio fortunato.
Appena una settimana dopo il termine del servizio militare riprendo la via dell'emigrazione e continuo con l'hobby del ciclismo, soprattutto "ciclocross", gareggiando in gare riservate a dilettanti di cat. A, indipendenti e professionisti. Qualche volta sono stato doppiato!
Nel 1967 rientro definitivamente in Italia, l'hobby è sempre presente. La crisi energetica genera un forte impulso all'uso della bici, i cicloamatori crescono come funghi e nel luglio del 1974, mentre partecipo ad una gara in circuito a Piobbico sento una voce che mi incita chiamandomi col soprannome di mio padre. Era Catullo, tornato da Torino per passare le ferie nei suoi luoghi natali. Al termine della gara grandi abbracci e spazio ai ricordi giovanili.
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