Aldo Pifferi - L'uomo che amava andar sempre in fuga

Rivista Tuttobici Numero: 4 Anno: 2003

Aldo Pifferi
L'uomo che amava andar sempre in fuga

di Gino Sala

Bisognerebbe chiedersi finché in ciascuno di noi ci sono episodi che rimangono, come dire?, inchiodati nella memoria. Episodi magari meno importanti di altri e tuttavia presenti quando nel caso del vecchio cronista capita di dover parlare di un ciclista non propriamente famoso, di un elemento che nei miei ricordi appartiene alla schiera dei corridori di mezza levatura, o di seconda schiera, come si usa nei giudizi di oggi.

Ebbene, a proposito di Aldo Pifferi, comasco di Orsenigo della classe 1938, professionista dal 1962 al 1970, ho davanti agli occhi quella strada campagnola di una semitappa del Giro di Sardegna che se non vado errato portava al traguardo di Sassari. Era un mattino silenzioso in tutti i sensi. Rari gli spettatori, tranquillissimo il gruppo che contava sulla presenza di Jacques Anquetil, Eddy Merckx e di altri campioni all'inizio dell'attività stagionale, giusto il momento per scendere dalla vettura, accostare su uno spiazzo e gustare il solito panino imbottito di prosciutto crudo e bagnato da una bottiglietta di acqua minerale. Niente vino anche se aggiungendo al pranzetto una scaglia del pecorino locale, la tentazione di un "bianco" era forte.

Dunque, chiaccherando del più e del meno col mio pilota, vedo giungere un pedalatore che non ha però l'aspetto del fuggitivo. E infatti Pifferi si trovava davanti col permesso del plotone. Bisogni corporali, per intenderci. E risalito in bici, il giovanotto procedeva lentamente allo scopo di farsi riprendere. I patti sono patti, proibito sgarrare anche perché un comportamento diverso avrebbe il disprezzo dei colleghi.

Insomma, Pifferi aspettava il momento di dover rientrare da dov'era uscito e la sua andatura era più che turistica, diciamo sotto i 25 chilometri orari. Ad un certo punto il cavaliere solitario mi fa un cenno e quando lo affianco mi chiede: "Dove sono?, cosa fanno?". Attendo il plotone e noto che uno scherza e l'altro ride e un altro ancora ha un piede sul manubrio. Vanno talmente piano da concedere a Pifferi diciotto minuti di vantaggio. Mi riporto in testa e riferisco. "Ah si?", è la risposta. E da quel momento Aldo accelera con l'intenzione di punire chi lo sta prendendo per i fondelli. Ma quel grande egoista che è sempre stato Merckx mette sotto i gregari. Inseguimento feroce, Pifferi acciuffato in prossimità dell'arrivo e Anquetil che rivolgendosi al belga dice: "Eddy non si fa così. Non si doveva umiliare un povero diavolo. Male, malissimo...".

Già, la gola profonda di Merckx aveva divorato anche una semitappa da niente. E Pifferi si sentiva due volte tradito. Qualcuno osserverà che le concessioni non erano nel repertorio del "cannibale", che Eddy voleva vincere, le semitappe, i circuiti notturni, tutto, proprio tutto, ma come non capire quei quaranta, cinquanta corridori che sul colle della Maddalena beffeggiarono a suon di pernacchie un Merckx in crisi e prossimo a chiudere la carriera?

Tornando a Pifferi, rammento le sue buone qualità di velocista. Cinque le vittorie ottenute, la più prestigiosa quella di Torino del Giro d'Italia 1965. Passista veloce, sovente in fuga, poco assistito da quel briciolo di fortuna che dovrebbe aiutare gli audaci. Mi chiedo anche se l'episodio sardo che ho ampiamente citato non abbia influito sul rendimento di Aldo. Forse esagero, forse dò troppa importanza a quella "fuga" non voluta e poi distrutta da un despota, ma sappiamo che gli effetti delle spietate gerarchie sono una sberla al coraggio dei poveri.
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