Addio vecchio pioniere: Francesco Patti

Quando il 20 novembre del 2003 ha spento 90 candeline deve aver pensato alla sua bicicletta, ormai da qualche mese appesa malinconicamente al chiodo. Quel giorno non molto lontano, contraddistinto da innumerevoli attestati di stima (uno dei quali giunto proprio dall'amministrazione provinciale di Palermo), Ciccio Patti era davvero felice. L'ultimo vero pioniere del ciclismo era raggiante per aver raggiunto il traguardo più importante. Prima una breve malattia e poi la morte, l'1 febbraio 2004, lo hanno però sottratto con crudeltà al mondo dello sport, ma soprattutto a chi lo ha ammirato e adesso crederà ancora di vederlo pedalare per le stradine che circondano Sferracavallo, la piccola borgata marinara dove viveva da diversi anni.
Patti, che tutti chiamano un pò per affetto un pò per devozione "Zio ciccio", era uno degli antesignani di un ciclismo mai troppo sbiadito, l'ultimo autentico esponente di uno sport eroico, il cui fascino è stato solo scalfito in parte dalla piaga del doping. Patti ha gareggiato quasi alla pari con gente del calibro di Gino Bartali, Fausto Coppi, Guerra, Corrieri, e nessuno saprà mai dove sarebbe potuto arrivare se un giorno avesse scelto di lasciare la "sua" terra per trasferirsi al nord. Agli amici raccontava: "Io penso che a quell'epoca noi corridori del Suditalia eravamo molto penalizzati dalla geografia. Eravamo costretti a partire in bici per partecipare alla 'Milano-Sanremo', o per presentarci in tempo alla partenza del Giro d'Italia. C'imbarcavamo sul postale per Napoli, quindi salivamo in sella alle nostre biciclette e partivamo alla volta di Milano, di Brescia, per il Trentino. Insomma facevamo un pò di riscaldamento prima della gara vera e propria". Non mancava un pizzico di nostalgia nelle parole di Ciccio Patti, nel suo sguardo tuttavia traspariva la serenità dei giusti. "Mi sento come uno che ha dato tanto allo sport - osservava l'ex ciclista - non mi sento però un eroe. Non vivo di ricordi, la realtà mi appartiene e mi aiuta a rimanere giovane. Mi dispiace solo che negli ultimi tempi il medico mi ha suggerito di andarci piano con i pedali. Cer
to, ogni tanto mi piace sfogliare vecchi ritagli di giornale, vedere com'ero".
Tra i tanti campioni con i quali si è misurato nella sua interminabile carriera, iniziata il 15 maggio 1932, il ciclista nato a Partinico ne ricordava uno in particolare. "Learco Guerra, che tutti chiamavano giustamente la locomotiva umana - confessava Patti - m'impressionò favorevolmente per la sua straordinaria umanità: al termine di una tappa del Giro d'Italia, la 'San Severo-Campobasso', mi fece chiamare da uno dei suoi massaggiatori e, dopo avermi elogiato per la correttezza dimostrata in gara, mi regalò quattro tubolari. Insomma, mi diede la possibilità di proseguire la gara, dal momento che, dopo avere forato tre volte, ero rimasto con una sola ruota di ricambio".
Nei suoi viaggi a ritroso, fatti di ricordi e di imprese titaniche, Patti citava spesso la coppia di ciclisti più famosa della storia. "Coppi e Bartali, che io guardavo con grande ammirazione - faceva notare - erano molto umili durante le gare. Il campione si vede anche dai piccoli gesti e loro riuscivano a conservare intatta una certa genuinità. L'Italia era spaccata in due, metà tifava per il piemontese, l'altra metà per il toscano". E Patti? Lo "Zio Ciccio" non ha mai dubbi: "Io ero Bartaliano". Aveva disputato l'ultima gara di rilievo nel '95, a 82 anni suonati: Patti si era permesso il lusso di classificarsi terzo al Campionato Mondiale Master. Adesso che il ciclismo ha perso il suo ultimo eroe sarà ancora più difficile conoscere il passato e capire la nostra storia.
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