Adolphe Deledda

Nato il 26 settembre 1919 a Villa Minozzo in Emilia (Italia), deceduto a Cannes in Francia, il 9 ottobre 2003. Passista scalatore. Professionista dal 1943 al 1957 con 29 vittorie.
Anche con Deledda tocchiamo l'ennesimo emigrante italiano in terra francese e la definitiva permanenza nel nuovo paese con conseguente nazionalizzazione, avvenuta, nel suo caso, il 30 aprile 1948, a carriera dunque iniziata da tempo. Adolphe, il cui cognome, nonostante la nascita in Emilia, ci porta verso la Sardegna, si spostò con la famiglia in Costa Azzurra, quando aveva cinque anni. Cominciò a gareggiare nel ciclismo con l'Etoile Sportive de Cannes, fino a debuttare tra i prof nel 1943. Un esordio col botto, poiché nell'anno colse subito nove vittorie, fra le quali le prestigiose, Grenoble-Chambery-Grenoble, il Tour de la Houte Saone (corsa che vincerà anche nel 1946 e '47) e il Circuit de la Drome Ardeche. Dopo un anno di stop a causa della Seconda Guerra Mondiale, tornò subito alle gare e a vincere, anche se non diventò, anche per sfortuna, quello che l'anno di esordio poteva far presagire. Nel 1947, vinse una tappa alla Vuelta di Spagna, anche se poi fu costretto al ritiro. Corse il suo primo Tour de France nel '49 con la squadra del Sud-Est, imponendosi nella 6° tappa, la St. Malo-Les Sables d'Olonne; grazie ad una bella azione da finisseur, iniziata a 8 chilometri dal termine. Poi, causa una rovinosa caduta, alla 15esima tappa fu costretto a ritirarsi. Nel 1951 vinse un'altra frazione del Tour, la Dijon-Paris, l'ultima, in volata su Magni, e concluse spesso nei primi dieci di giornata. Nella Generale chiuse in 32esima posizione. Nel 1952 il gran colpo con la vittoria nel Campionato di Francia su strada e nel 1955 ottenne la sua ultima affermazione: il GP Morange. Adolphe Deledda in attività agonistica si distingueva per una condotta di vita da bohémien con la particolarità di saper osservare per poi raccontare storie coi personaggi dell'intorno coi quali familiarizzava. Da questo suo essere, forse attingeva energie anche per l'agonismo, o forse ne comprometteva gli esiti, perché si trattava di atteggiamenti meno ortodossi del dovuto. Difficile dirlo, sicuramente pagò cadute e postumi di queste, ma riuscì ugualmente, aldilà del palmares, ad evidenziarsi nella sua non facile epoca.
Articolo inviato da: Maurizio Ricci (Morris) ()