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Giro d'Italia

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Informazioni sulla corsa

Giro d'Italia

Tipo di corsa: Tappe

Di questa corsa esistono in archivio 99 edizioni (1909 - 2013) Mostra tutte le edizioni

Il 7 agosto 1908 La Gazzetta dello Sport annuncia in prima pagina lo svolgimento del 1° Giro d'Italia per il 1909, battendo sul tempo Il Corriere della Sera che stava progettando un giro ciclistico dopo il successo di quello automobilistico di cui era il promotore. Con eleganza e stile il Corriere replica alla Gazzetta offrendo al vincitore del Giro un premo di 3.000 lire. Il primo Giro d'Italia parte il 13 maggio 1909 alle 2:53 del mattino dal rondò di Loreto, a Milano. Le tappe sono 8 per un totale di 2448 chilometri; si corre tre volte a settimana per diciotto giorni, fra il 13 ed il 30 maggio, perché la Gazzetta è un trisettimanale. Sono presenti tutti i migliori corridori, dallo squadrone della Bianchi con Giovanni Gerbi e Giovanni Rossignoli, alla neonata squadra Atala, con Luigi Ganna ed Eberardo Pavesi, i milanesi Carlo Galetti ed Ernesto Azzini, e poi Giovanni Cuniolo ed Ezio Corlaita, il francese Petit Breton (vero nome Lucien Mazan). Il regolamento deriva direttamente da quello del Tour francese, con una classifica a punti a seconda dell'ordine di arrivo delle varie tappe e la possibilità di sostituire solo alcuni elementi della bicicletta, come ruote, pedali e manubri, tenendo conto che le macchine di appoggio non potevano seguire così da vicino i loro corridori, che dovevano quindi rassegnarsi ad "arrangiarsi". Le notizie della corsa pervengono a Milano attraverso dispacci telegrafici che l'organizzazione appende dentro le vetrine della Lancia-Lyon Peugeot, in Piazza Castello, mentre i pochi che possiedono il telefono possono informarsi chiamando il 33.68. Ganna vince con soli 25 punti, mentre Rossignoli, suo grande avversario, ne ha ben 15 in più. Alla fine dei conti, però, se fosse stata stilata una classifica dei tempi sarebbe stato quest'ultimo a vincere con ben 37' di distacco dal primo. Il primo vincitore del Giro, guadagna 5.325 lire, l'ultimo classificato 300 lire. Un confronto utile viene dallo stipendio di Armando Cougnet, Direttore del Giro (e amministratore del giornale oltre che capo redattore della rubrica ciclismo) che percepiva 150 lire al mese. Dalle origini e sino al 1948 Armando Cougnet è la figura chiave del Giro d'Italia, l'autentico patron. Gli succede Vincenzo Torriani, cresciuto alla sua scuola, dal 1946. Torriani regge le sorti del Giro sino al 1992 ma dal 1989, causa le sue non eccellenti condizioni di salute, Carmine Castellano riceve la più ampia delega a procedere. Nel 1931 viene istituita la maglia rosa - colore distintivo del giornale - quale simbolo del primato in classifica. Il primo a indossarla è Learco Guerra, vincitore della tappa inaugurale del 19° Giro d'Italia, la Milano-Mantova. Al 1933 risale il primo Gran Premio della Montagna, con quattro salite che assegnano punti. Alfredo Binda ne è il dominatore, transita primo in vetta a tutte. A partire dal 1974 la maglia della speciale classifica del G.P.M. è di colore verde. La classifica a punti viene istituita nel 1966. Dal 1967 al 1969 il capo-classifica veste la maglia rossa, quindi - dal 1970 - la classifica a punti corrisponde alla maglia ciclamino. Nel 1989 viene istituita la maglia blu dell'Intergiro con una traguardo intermedio ad ogni tappa che contribuisce alla determinazione di questa classifica e che inoltre attribuisce punti per la classifica a punti e secondi di abbuono per la classifica a tempi. Nel 1923, a testimoniare l'eco che il Giro suscita, entra in scena la cinematografia, per le riprese degli arrivi. Tutto senza sonoro, all'inizio. Negli anni Trenta l'interesse per il ciclismo e per il Giro fa scendere in campo i cinegiornali che allo "sport del pedale" dedicano sempre maggiore attenzione. Nel 1947 Radio Rai si aggrega al Giro e la trasmissione tecnico-sportiva viene affiancata da un varietà: il dopocena è riservato a "Il Girino Innamorato". Nel 1949 la rivista del dopo corsa si intitola "Il Giringiro" durante il quale ogni sera la voce della maglia rosa sussurrava la "buonanotte girini". Il 36° Giro (1953) dopo le trasmissioni sperimentali dell'anno prima, vive la prima diretta televisiva, mentre il 1954 coincide con le prime interviste radiofoniche ai raduni di partenza. Il 1963 segna l'avvento de "Il Processo alla Tappa", condotto da Sergio Zavoli, una trasmissione di grande successo replicata negli anni più recenti. Grazie ai diritti tv ceduti a emittenti straniere, il Giro ha non meno di 100 milioni di contatti giornalieri in tutto il mondo. Ad esempio l'edizione numero 83 ha fatto registrare in Italia uno share medio del 31.39% (oltre un televisore su tre era sintonizzato sul Giro durante le 2 ore della diretta su Rai 3). Il Giro del 2000 ha visto 933 giornalisti accreditati, in rappresentanza di 492 testate internazionali. Il ciclismo, e il Giro d'Italia, vivono di grandi rivalità sin dalle origini. La prima figura di eroe dominante è Costante Girardengo, meglio noto come "l'omino di Novi", cui si oppone il francese Henry Pelissier. Terzo incomodo Tano Belloni. Negli anni Venti tramonta la stella di Pelissier, prontamente sostituito da Alfredo Binda che porta nel ciclismo una nota di eleganza e il tifo delle donne. Binda, il suonatore di cornetta della banda di Cittiglio, genera modernità e congiunge due epoche. Con Girardengo non parla, si limita a staccarlo, sempre, in salita. Binda è bravo e fortunato perché l'avversario che potrebbe dargli noia, il friulano Ottavio Bottecchia, è costretto a emigrare in Francia in quanto è inviso ai patron delle Case italiane. E Oltralpe si farà valere, vincendo il Tour de France nel '24 e nel '25. Learco Guerra, mantovano, formidabile passista, meglio noto come "la locomotiva umana" è l'avversario del Binda di fine carriera, nei primi anni Trenta, con Giuseppe Olmo guastafeste. Guerra è amato da tutti per il sorriso aperto e il fare "alla mano" ma anche per le sue qualità atletiche. Nel 1935 spunta la stella di Gino Bartali, "il pio", destinato a dominare a lungo la scena. Il toscano imperversa sino al 1940 quando la Legnano, per la quale gareggia, ingaggia l'avversario più temibile. Fausto Coppi, giovane promessa, fa centro al primo colpo, vince il primo dei suoi cinque Giri proprio a spese del suo capitano, Bartali, che mai gli perdonerà l'affronto. Alla ripresa dopo la guerra, nel 1946, Bartali ha ragione del rivale. Coppi si rifarà negli anni dispari ('47, '49 e '53) aggiungendo una perla pari, nel '52. Secondo un collaudato copione nella rivalità Bartali-Coppi si inserisce Fiorenzo Magni, "il terzo che gode", toscano capace di vincere ben tre Giri d'Italia, nonostante le ridotte attitudini in salita. Per ritrovare altri duelli epici bisogna aspettare le rivalità fra Adorni e Gimondi e fra Gimondi e Motta, ma l'avvento di Merckx, un asso pigliatutto, mortifica le ambizioni di molti avversari. L'ultima grande rivalità è quella fra Moser e Saronni, che vede, per la prima volta, il tifo organizzato in club. Francesco Moser assomma sino a 53 mila appassionati nel suo magico 1984, anno che annota il doppio primato dell'ora in Messico, la vittoria nella Milano-Sanremo e, dopo tanti tentativi infruttuosi, il successo nel Giro d'Italia, grazie al quale il trentino accorcia le distanze (Saronni aveva vinto il Giro nel 1981 e nel 1983). Quella degli anni '90 è storia recente: tutti ricordano personaggi del calibro di Franco Chioccioli, Miguel Indurain, Gianni Bugno e Claudio Chiappucci, Evgeni Berzin. Quest'ultimo si aggiudica il Giro del 1994 davanti al nuovo asso del ciclismo italiano, Marco Pantani. Nel 1997 sarà la volta di Ivan Gotti, così come nel 1999, seppure quest'ultima sia stata una vittoria molto fischiata per le note vicende di Pantani a Madonna di Campiglio. Nel 1998 tocca a Marco Pantani superare i suoi grandi avversari, Zuelle e Tonkov (ultimo vincitore straniero). Il 2000 vede la vittoria di Garzelli, poi Simoni, Savoldelli ed infine Cunego nel 2004.

 

Breve storia del giro d'Italia

L'atto di nascita ufficioso del Giro d'Italia è un telegramma datato 5 agosto 1908: il destinatario era Eugenio Camillo Costamagna, direttore della Gazzetta dello Sport, a cui si chiedeva di rientrare velocemente dalle vacanze, mentre il firmatario era Tullio Morgagni, giornalista ed amministratore dello stesso giornale. La notizia-bomba era l'invenzione da parte del Corriere della Sera di una gara a tappe in bicicletta tra i migliori ciclisti del momento, imitando il Tour dei Francesi e collegandola allo stesso tempo al Giro d'Italia automobilistico, che lo stesso giornale aveva fatto disputare nel 1901. La tragedia insita nella notizia era che già la Gazzetta aveva pensato ad un giro ciclistico cui affiancare come giornalista fisso Cougnet ed ora rischiavano di farsela soffiare. Il ciclismo era uno sport già molto seguito: le prime gare si svolgevano in Europa fin dal 1869 tra Francia, Inghilterra e la stessa Italia, dove le prime biciclette fecero la loro comparsa nel 1881, all'Esposizione di Milano.
Alla fine, la spuntò la Gazzetta ed il Corriere accettò tutto sommato di buon grado la sconfitta, partecipando sia al premio in lire finali sia pubblicando giornalmente i risultati delle varie tappe. Il primo giro venne organizzato in fretta ma bene: si rinunciò a due puntate all'estero per motivi politici (Nizza e Trieste), correndo tre gare a settimana per diciotto giorni, fra il 13 ed il 30 maggio, perché all'epoca la Gazzetta era trisettimanale. Erano presenti tutti i migliori corridori, dallo squadrone della Bianchi con Giovanni Gerbi e Giovanni Rossignoli, alla neonata squadra Atala, con Luigi Ganna ed Eberardo Pavesi, i milanesi Carlo Galetti ed Ernesto Azzini, e poi Giovanni Cuniolo ed Ezio Corlaita, il francese Petit Breton (vero nome Lucien Mazan). Il regolamento derivava direttamente da quello del Tour francese, con una classifica a punti a seconda dell'ordine di arrivo delle varie tappe e la possibilità di sostituire solo alcuni elementi della bicicletta, come ruote, pedali e manubri, tenendo conto che le macchine di appoggio non potevano seguire così da vicino i loro corridori, che dovevano quindi rassegnarsi ad "arrangiarsi".
Il primo via venne dato il 13 maggio 1909 alle 3 e qualche minuto del mattino in quella che allora non era certo una zona centrale di Milano, piazza Loreto. Fu una gara incredibile: al primo via ci fu una caduta collettiva da cui uscì molto malandata la bicicletta di Gerbi, uno dei favoriti. Convinto a continuare, cambiò la bicicletta ripartendo con tre ore di ritardo e facendo una gara solitaria, giusto per partecipare perché ormai era impensabile la vittoria. Altrettanto malandato, questa volta in prima persona, era Petit-Breton che si rovinò una spalla contro una ringhiera: anche lui fu convinto a ripartire. A vincere la tappa a Bologna fu il romano Dario Beni: Gerbi arrivò con quattro ore e mezza di ritardo seducendo comunque il pubblico con una bella volata finale. I due giorni di sospensione fra una gara e l'altra consentivano specie ai corridori isolati di risistemare la propria bicicletta e di ricevere le cure dal medico di gara: Petit-Breton aveva riportato la frattura della spalla e dovette ritirarsi dal Giro. L'ultima tappa del primo Giro d'Italia partì il 30 maggio 1909. Ganna era in vantaggio ma fu costretto a fermarsi per una foratura: la fortuna lo favorì nuovamente facendo trovare ai primi un passaggio a livello chiuso che ridusse il distacco, colmato solamente alle porte di Milano, presso Musocco. L'arrivo, posto al centro dell'Arena civica, fu tagliato per primo dal diciottenne romano Beni, mentre Ganna seguiva terzo: il Giro d'Italia era il suo, con soli 25 punti, mentre Rossignoli, suo grande avversario, ne aveva ben 15 in più. Alla fine dei conti, però, se fosse stata stilata una classifica dei tempi sarebbe stato quest'ultimo a vincere con ben 37' di distacco dal primo. Ad arrivare furono un totale di 49 corridori, che avevano percorso 2408 chilometri.
Lo sport degli anni 1910-1920 è stato ovviamente condizionato dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale: le attività furono sospese e molti atleti di diverse discipline persero la vita. Ma fu anche il momento di grandi personaggi come Ottavio Bottecchia e Costante Girardengo. Quest'ultimo vinse il Giro per ben due volte, nel 1919 (era il VII Giro) e nel 1923 (XI). L'anno dopo toccherà a Giuseppe Enrici. Subito di seguito un altro grande, Alfredo Binda, nato nel 1902 a Cittiglio, sul Lago Maggiore, si aggiudicherà quattro edizioni del Giro in cinque anni, nel 1925, nel '27, nel '28 e nel '29. Addirittura, gli organizzatori della gara del 1930 gli chiederanno di non partecipare, perché altrimenti quest'ultima avrebbe perso di ogni interesse: ricevette comunque lo stesso premio, lire 22.500, del vincitore di quell'edizione, Luigi Marchisio. Nel 1933 Binda vince per la quinta volta la classifica finale del Giro.
Intanto nel 1931 venne adottata come divisa del vincitore la "maglia rosa". La prima fu assegnata a Learco Guerra vincitore della prima frazione del Giro 1931 la Milano-Mantova.

All'alba della Seconda Guerra Mondiale Bartali era già famoso avendo vinto nel 1936 e nel 1937, Nel 1940 Fausto Coppi fu ingaggiato dalla Legnano, squadra di Bartali, come gregario. Tutta la squadra lavorava per Bartali e comunque contro la squadra Bianchi di Giovanni Valetti, ottimo scalatore e vincitore dei Giri del 1938 e del '39. Fu un Giro quasi tutto italiano: le vicende europee avevano impedito ai campioni stranieri di partecipare, esclusion fatta per un gruppo di svizzeri che ebbero due secondi posti nelle classifiche di tappa e l'undicesimo posto generale con Diggelmann, e per una sparuta rappresentanza tedesca. Bartali partì già male: un cane lo fece cadere ma, nonostante tutto, arrivò con soli cinque minuti di ritardo alla fine della seconda tappa. I medici gli sconsiglieranno di continuare il Giro ma lui farà di testa propria, correndo. La seconda tappa fu vinta dalla sua squadra con Favalli primo e Coppi secondo: Pavesi, "tecnico" della squadra, intuì le grandi potenzialità dell'ultimo arrivato e durante la quarta tappa gli darà il via per inseguire gli altri partecipanti e lasciare la scorta del sofferente Bartali agli altri membri della squadra. Alla fine arrivò secondo, mente Bartali aveva ormai nove minuti di distacco: pochi giorni dopo, Pavesi diede all'intera squadra la notizia che Coppi doveva fare la sua corsa e non essere più un gregario. Composta la nuova squadra, si trattava ora di far conoscere il nuovo atleta-campione anche agli avversari, magari con qualche colpo a sorpresa. L'occasione fu la Firenze-Modena, undicesima tappa di questo Giro: inizialmente il dominio fu del piccolo fabbricante di scope, Ezio Cecchi, che rimase solitario al comando per diversi chilometri, all'improvviso, su segnale di Pavesi, Coppi si staccò dal gruppo e si lanciò all'inseguimento superando il piccolo fuggitivo e volando verso Modena. Fu la prima volta che il radiocronista Mario Ferretti disse: "Un uomo solo è al comando... Il suo nome è... Fausto Coppi!". Bartali non si ritirò, o meglio, non lo fecero ritirare: Pavesi lavorò bene e Gino rimase a fare da gregario e maestro al magro Coppi. Quando tutto sembrava ormai deciso e la maglia rosa ormai fissa sulle spalle dell'eroe di Castellania accadde l'imprevisto: a pochi chilometri dall'arrivo a Milano, la bicicletta di Coppi perse la catena. Quando i primi corridori entrarono nello stadio Coppi non c'era ed i suoi concittadini presenti, compreso il padre, rischiarono uno svenimento. Ma alla fine, arrivò con solo 30" di ritardo, vincendo comunque il Giro con 2'40" su Mollo. Da allora in poi verrà rispolverato il titolo di "Campionissimo", fino ad allora usato solo per Girardengo. In seguito vinse il Giro ancora nel 1947, nel '49, nel '52 e nel '53: ma la sua fama crebbe soprattutto grazie alle continue sfide con Bartali, che vincerà ancora nel 1946. La gente adorava Bartali per il suo essere un "omone buono", forse meno calcolatore del collega Coppi.
A fare da terzo incomodo, c'era Fiorenzo Magni che, approfittando della rivalità fra i due principi, vinse il Giro nel 1948, nel '51 e nel '55: l'ultima è poi una di quelle vittorie difficilmente credibili. Il lussenburghese Charly Gaul era maglia rosa e sembrava che nessuno potesse batterlo, poi accadde quello che nessuno si sarebbe mai aspettato: Gaul si fermò durante la penultima tappa a fare pipì e Magni partì all'attacco insieme a Coppi riuscendo a superarlo e a vincere quello che sarà ricordato come il "Giro della pipì". Nel 1957 e nel 1960 toccherà a Gastone Nencini, nel 1958 a Ercole Baldini.
Un'altra invenzione dei giornalisti dell'epoca fu la "maglia nera": si trattava del premio assegnato all'ultimo ciclista classificato: addirittura era talmente ambito come riconoscimento che alcuni personaggi, fra cui Malabrocca e Carollo, fecero di tutto per restare sempre ultimi. Poi l'uso cadde nel dimenticatoio e oggi per l'ultimo non c'è fama di alcun genere.
Nel '67, nel cinquantenario del Giro, vince Felice Gimondi che poi si ripete nel '69 e nel '76: avrebbe probabilmente vinto molto di più se la sorte non gli avesse opposto uno dei mostri sacri del ciclismo, il belga Eddy Merckx. Quest'ultimo vince nel 1968 la 51° edizione, una gara con forti problemi di doping: saranno squalificati Gimondi, classificatosi terzo, e Motta: è il primo belga che abbia scritto il proprio nome nell'albo d'oro del Giro d'Italia. Lo scriverà ancora nel 1970, nel '72, nel '73 e nel '74. Quest'ultima è la sua quinta vittoria e si affianca così al record di Binda e Coppi. Il 1975 è l'anno della vittoria di Fausto Bertoglio: sui ripidi tornanti dello Stelvio si ripropone una delle ultime e più incredibili vittorie di Fausto Coppi, ma in questo caso il "nemico" è Francisco Galdos.
Negli anni '80 il dualismo Saronni-Moser infiamma nuovamente il Giro: Beppe Saronni trionfa nel 1979 e nel 1983, mentre nell'84 è finalmente l'anno di Moser. Nel mezzo le grandi vittorie del campione francese Bernard Hinault nel 1980, 1982 e 1985, seguito dalla spettacolare vittoria di Laurent Fignon nel 1989 dopo l'incredibile sconfitta patita a cronometro da Moser nell'84.
Quella degli anni '90 è storia recente: tutti ricordano personaggi del calibro di Franco Chioccioli, Miguel Indurain, Gianni Bugno e Claudio Chiappucci, Evgeni Berzin. Quest'ultimo si aggiudica il Giro del 1994 davanti al nuovo asso del ciclismo, Marco Pantani, che dopo alcuni anni sfortunati riesce a trionfare nel 1998.
Nel 1997 era stata la volta di Ivan Gotti, così come lo sarà nel 1999, seppure quest'ultima sia stata una vittoria molto fischiata a causa dell'esclusione dalla corsa di Pantani, in maglia rosa a Madonna di Campiglio, per ematocrito alto.
Negli ultimi anni il Giro è ancora dominio italiano: vittorie nel 2000 di Garzelli, nel 2001 di Simoni, nel 2002 di Savoldelli, dopo la squalifica di Garzelli per doping e l'esclusione di Gilberto Simoni, mentre quest'ultimo fa il bis con autorevolezza nel 2003, anno in cui Mario Cipollini supera Alfredo Binda nelle vittorie di tappa.
 

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