31 maggio 1974 la vittoria al Giro d'Italia di Giuseppe Perletto

Panizza non si capacita per il successo di Perletto. "Non faceva niente, lui. I due spagnoli li ho staccati ed ero già solo quando, in discesa, sono caduto. E' proprio il destino: sette volte secondo al Giro. Non vincerò mai" - Il vincitore si sente pago dopo la sfortuna del Ciocco. "Fuente allora mi riacciuffò a un chilometro dall'arrivo..."

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
SANREMO, 31 maggio

I due omini in bicicletta sbucano fuori dalla nebbia e dalla pioggia a pochi metri l'uno dall'altro. L'omino che sta avanti si chiama Giuseppe Perletto, ma lo chiamano tutti Beppe. L'omino che sta dietro si chiama Wladimiro Panizza, ma lo chiamano tutti Miro.

L'omino Beppe passa sotto lo striscione del traguardo ridendo e la pioggia gli tormenta il volto, ma lui ride e non può fare a meno di ridere, perché oggi ha vinto. L'omino Miro passa sotto lo striscione del traguardo piangendo e la pioggia gli tormenta il volto e lui piange, non può fare a meno di piangere, perché oggi ha perso. E così l'omino Beppe e l'omino Miro se ne stanno lì, e sono vicini, ma sembrano lontani, e la gente intorno non sa cosa dire perché, qualunque cosa dicesse, l'omino Beppe continuerebbe a ridere e l'omino Miro continuerebbe a' piangere. E allora la gente che sta intorno non dice niente e aspetta che siano loro, i due omini, a dire qualcosa.

E l'omino che ride dice che non è possibile e anche l'omino che piange dice che non è possibile. E poi l'omino che ride dice che ancora non ci crede e anche l'omino che piange dice che ancora non ci crede e continua a singhiozzare e intanto cerca di spiegare cosa è successo, là in mezzo a quella maledetta nebbia e sotto quella maledetta pioggia.

"Avevo fatto tutto io... avevo fatto tutto io... non è giusto... non è giusto... io ero scattato dopo la prima discesa, dietro lo spagnolo, Uribe... come si chiama... e sui colli lavoravo io... e i due spagnoli li ho lasciati io... non è giusto così, non è giusto... e lui veniva dietro, non faceva niente, veniva dietro... scattava per i gran premi della montagna, vinceva sempre e poi si fermava... avevo fatto tutto io... non è giusto. E' proprio destino. Sette volte secondo al Giro. Non e giusto...".

Gli dicono di non piangere, di non fare così, gli danno qualche carezza. E lui smette di piangere, si soffia il naso, si stropiccia gli occhi con le mani sporche di fango, si calma. E però bisognerebbe chiedergli cosa è successo ancora, e non se ne trova il coraggio e ci si limita ad osservare, senza farsi accorgere, il sangue che gli cola lungo il braccio e lungo la gamba, ci si limita a contargli gli strappi nella maglia e poi si va via, si va dall'omino che ride e che tira il fiato per cercare di spiegare a sua volta cosa è successo, là in mezzo a quella nebbia e sotto quella pioggia che a lui non sembrano affatto maledette, perché sono la nebbia e la pioggia di casa sua e perché ha vinto davanti alla sua gente anche se per adesso non ci crede, non riesce proprio a crederci.

"La prima vittoria importante... proprio qui, proprio qui... ma ci pensavo, ci sognavo... dal giorno del Ciocco. E adesso non me lo ricordo più il giorno del Ciocco, proprio più. Mi ricordo oggi... ero rimasto indietro sul colle di Langan, ma poi mi sono riportato sotto, sulla discesa. Sono arrivato sui primi e ho visto che c'erano Panizza, Conati e due spagnoli che stavano andando via. Ho fatto uno sforzo, uno sforzo... li ho presi, però... e siamo andati via, in cinque, eravamo in cinque. Poi hanno detto a Conati di fermarsi ad aspettare Baronchelli... poi uno alla volta i due spagnoli si sono staccati, perché noi tiravamo... cioè, tirava solo lui, Panizza..."

"Però - continua - io mi dicevo "se arriviamo giù insieme al traguardo, lui vince allo sprint e io non potevo farmi battere oggi, non potevo farmi battere anche oggi, anche qui... era dal Ciocco che ci pensavo... non potevo finire come al Ciocco. anche qui.. ".

E l'omino che ride smette di ridere, perché adesso si è ricordato dell'altro giorno, quando un altro omino, un omino spagnolo, l'omino Fuente, lo raggiunse a un chilometro dalla vetta, solo a un chilometro dopo tanti chilometri di solitudine, e lui, anziché mettersi a piangere, si mise a sognare un bei sogno, questo: c'era lui che arrivava da solo e per primo nella sua terra e intorno c'era tanta gente che gridava e che applaudiva, c'era anche il suo amico vigile che gli diceva le cose che gli sta dicendo ora, nella realtà. E, rammentandosi di quanto avrebbe dovuto piangere, e non lo volle fare, l'omino Beppe trova una parola per l'omino Miro che è sempre lì vicino e sembra sempre tanto lontano.

" Spero che Panizza vinca una tappa in questo Giro perchè se lo merita, se lo merita... Veniva giù bene e io ero li, sulla sua ruota. Poi una curva... gli è partita via la ruota davanti, è volato... l'ho evitato per miracolo, l'ho sfiorato... guardate, ho ancora il graffio sulla mano... un miracolo, gli ero proprio attaccato...."

E si scopre perchè piangeva l'omino Miro, si spiegano le ferite e gli strappi, si capiscono i "non è giusto così". E allora si ritorna da lui e si cerca di consolarlo e gli si racconta quello che si è sentito raccontare. Ma l'omino Miro, ad ascoltare, si rimette a piangere, perché non è andata così, non è andata come ha detto l'altro e singhiozzando spiega com'è che è andata davvero.

"Non era alla mia ruota, no... l'avevo staccato, l'avevo già staccato, cinquanta metri... ero solo, solo io... non ce l'aveva fatta a starmi dietro... invece ho preso male la curva e sono volato... però se non mi si rompeva il manubrio... lo riprendevo... Ma così... ii manubrio spaccato, il cambio con i rapporti che saltavano... niente, niente... tutto io avevo fatto e lui niente... non è giusto, così non è giusto...".

Va via piagnucolando l'omino Miro. E la gente intorno continua a gridare e ad applaudire come nel sogno dell'omino Beppe.

Franco Bonera
Articolo inviato da: Vittorio Benza ()