Storia di Franco Fanti

Fu fra i tanti reduci che tornarono dalla Germania, dove erano prigionieri, in Italia, nel '45. Un robusto ragazzo ventunenne figlio di contadini, che tornò a lavorare la terra del suo ritrovato paese, ma aveva un sogno in cuore: correre in bicicletta. Negli anni precedenti la cattura aveva vinto quattro corse tra gli allievi. Nel 1946, dilettante, non riuscì a vincere una gara. Avrebbe voluto smettere, ma pensò di provare ancora una stagione, una sola. E fu la sua fortuna. Vinse otto volte, e arrivò sette volte secondo. Così nel 1948 lo mandarono a Londra per le Olimpiadi (diciannovesimo) e a Valkenburg per i mondiali (decimo), e al ritorno vinse il Giro del Lemano. In poco tempo si era fatto un nome e passò professionista l'anno successivo.
Sedicesimo al Giro del Piemonte, edizione 1949, si allineò a Palermo tra i partenti del Giro d'Italia. Ma era forse un'ambizione per il momento eccessiva, tanto che alla quarta tappa era costretto al ritiro. Si rifece alla Bernocchi, con un discretto piazzamento, poi tentò addirittura le strade del nuovo continente: alla Mille Miglia Argentina di Buenos Aires is piazzò nono.
Nel 1950 si presentò nuovamente al via al Giro d'Italia dopo essere arrivato secondo a Desio in una prova del Trofeo U.V.I. Riuscì a terminare il Giro in cinquantaseiesima posizione. Nulla di eccezionale, ma intanto si era fatto le ossa. Queste ebbe modo di saggiarle nel Giro di Croazia; un trionfo.
Secondo a Maribor, primo e messaggero di italianità a Fiume, a Portorose, a Sesana, a Plezzo, secondo a Pola, primo anche nell'ultima tappa, a Lubiana. E primissimo, naturalmente, nella classifica finale.
In complesso, solo una carriera da buon gregario, ma anch'essa ha avuto le sue giornate di sole, che hanno spazzato per un attimo la grigia monotonia di chi in corsa è obbligato a dare tutto, poco ricevendo.
Articolo inviato da: Paolo Mannini (Firenze)