Giovanni Rossignoli

Volto scavato, coi baffi come un distinguo di visibilità, per rafforzare la macchia dei suoi capelli neri come la pece; silenzioso e leggero amante della salita, con due gambe non troppo reattive, ma dure come il ferro e resistenti come l'acciaio. Che il "Baslott", all'anagrafe Giovanni Rossignoli, nato a Borgo Ticino di Pavia il 3 dicembre 1882, prendesse dal suo recipiente - Baslott in dialetto pavese-lombardo significa catinella - energie precluse agli altri o ai più, lo si vedeva quando le corse divenivano lunghissime e più massacranti del solito. Lì, l'ossuto ragazzo pavese, per quella vitalità che diveniva agli occhi confusi e nebbiosi degli avversari, come l'espressione della forza di un gigante muscoloso, non era solo da temere, ma significava sconfitta. Eppure, pur con simili qualità, il Baslott, non ha vinto molto, anche se appartiene a tutti gli effetti alla leggenda del pedale.
Giovanni iniziò presto ad emergere, la sua famiglia era povera, ma non poverissima e la bicicletta gli giunse quasi come uno strumento di crescita o di competitività, per arrivare a fare il fattore nelle campagne pavesi. Diventò professionista così, perché ebbe presto la sensazione che la bicicletta bastasse per dargli pane, onori e soddisfazioni. Ed aveva poco più di venti anni quando la più massacrante e famosa corsa su strada italiana, finì ai suoi piedi. Era il 1903: quella gara era la Gran Fondo d'Italia, che si correva sui 600 chilometri, ovviamente senza soluzione di continuità. Rossignoli, non vinse, stravinse, lasciando il primo degli altri a più di quattro ore!
Precoce, dunque, ma anche longevo: nel 1927 a 45 anni, chiuse 32° il Tour de France, ma l'anno prima, sempre in terra transalpina, al 21° posto finale, aveva aggiunto il primo nella classifica degli "isolati". Nel quarto di secolo passato fra l'inizio e il chiodo, colse una Milano-Torino (1905), una Milano-Mantova (1906), una Coppa Val d'Olona (1907), una Milano-Vercelli-Modena (1908), tutte gare divenute dure o per lunghezza o per condizioni, nonché quel protagonismo al Giro d'Italia dove al piazzamento finale sul podio, aggiunse quattro frazioni, nella metà delle quali, divenute più aspre del dovuto. Al Giro, nelle otto partecipazioni, un secondo nell'11 ed un terzo, proprio nel 1909, che sarebbe stato un primo con 23 minuti di vantaggio se la classifica fosse stata fatta a tempi e non a punti. Terzo anche nel 1912, nel Giro a squadre, quando gareggiò con la Gerbi. Otto anche i Tour de France, di cui sei portati a termine (10° nel 1908). Si ritirò, passando al commercio nel 1928. Morì a Pavia il 27 giugno 1954. Anche i figli Siro e Alessandro si dedicarono al ciclismo, sperando di diventare dei professionisti come il padre, ma il solo Siro, riuscì ad arrivare alla categoria indipendenti.
Articolo inviato da: Maurizio Ricci (Morris) ()