Dino Zandegù: forza, simpatia, genio

Rivista Tuttobici Numero: 1 Anno: 2007

Dino Zandegù: forza, simpatia, genio

di Gino sala

Ecco a voi Dino Zandegù. L'annuncio è accompagnato da un rullo di tamburi in onore di un personaggio che a parer mio (e non soltanto mio) è stato qualcosa di più di un bravo pedalatore per aver recitato la sua parte con una dirompente allegria. Nato in quel di Rubano (Padova) il 31 maggio 1940, professionista dal 1964 al 1972, una prestanza fisica derivante da un metro e ottantatré centimetri di altezza e da un peso di settantotto chili, 39 vittorie tra le quali si contano il prestigioso Giro delle Fiandre, sei tappe del Giro d'Italia, il Giro di Romagna e il Trofeo Matteotti.

Uno Zandegù già in evidenza nella categoria dilettantistica col titolo mondiale nella 100 Chilometri a squadre conquistato in compagnia di Taglioni, Maino e Grassi, un atleta gioioso e dirompente nelle polemiche, un velocista che dopo aver anticipato i belgi Forè e Merckx nel già citato Giro delle Fiandre salutava il pubblico cantando O sole mio. Cantava durante le Sei Giorni di Milano, divertiva il pubblico in più modi e nel giorno del suo ritiro dall'attività agonistica, che se ben ricordo è stato nel Giro di Lombardia, veniva ripreso dalla tv con una torta inaffiata da una bottiglia di champagne.
Poi è stato un buon direttore sportivo. Indimenticabile il momento in cui un suo amministrato (Sergio Santimaria) si è imposto nella Gran Fondo Milano-Roma con uno speciale nutrimento derivante dal brodo di gallina. «Vai, questo è il tuo doping», disse Zandegù al corridore di Vigevano. Eh, sì: nei panni dell'istruttore c'era in Dino la capacità degli uomini semplici, capaci di non drammatizzare, di rendere il compito agevole nelle gambe e nella mente e in questo senso sono pochi i direttori sportivi che gli assomigliano, che si prendono a cuore le sorti dei giovani, che danno loro la possibilità di crescere con la dovuta tranquillità.

Caro Zandegù, mi spiace che tu non sia più alla guida di una squadra. La gente che ti ha applaudito e ammirato ti rivede sulle strade del Giro d'Italia al comando della carovana pubblicitaria e così le simpatie, i ricordi che hai lasciato si rinnovano. Certo, il ciclismo di oggi non è più quello che tu hai lasciato, che ti ha visto duellare con Marino Basso e con altri sprinter di grande valore.

È venuto meno l'ambiente familiare in cui ti sei misurato con ardore e stravaganze che ti hanno procurato un'infinità di simpatie. Insieme abbiamo vissuto periodi bellissimi, periodi che il vecchio cronista si porta nel cuore. Tutto sommato ci troviamo ad essere due inguaribili passatisti, ma non è una colpa, bensì il rimpianto per un ciclismo che ha cambiato pelle, che via via è diventato un gigante coi piedi d'argilla. Caro Dino, cantiamo insieme O sole mio con la timida speranza che qualcosa del passato torni ad essere presente. A proposito, come stai di voce? Possente, credo. Tale da scuotere chi dovrebbe svegliarsi per portare ordine nel disordine.
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