La vita e la carriera di Alfonso Calzolari fino al 1913

Nato a Vergato il 30 aprile 1887, si trasferì, ancora in tenera età, con la famiglia nella vicina (38 km) Bologna. Da giovinetto trovò occupazione come operaio presso una fabbrica di letti e, alla fine di ogni giornata di lavoro, si recava su di una bicicletta sgangherata, acquistata con i suoi primi risparmi, a seguire le evoluzioni dei ciclisti bolognesi dell'epoca sul circuito della Montagnola. Questo anello, a due passi dalla stazione ferroviaria, nel cuore di Bologna, era diventato il luogo di allenamento dei corridori locali e al termine di ogni seduta il giovane "Fonso" restava ad ascoltare i racconti dei suoi idoli di allora, Gardenghi, Mazzoni, Messori, che spesso si cimentavano in gare di resistenza appassionanti. Poco a poco Calzolari iniziò ad allenarsi sul serio, a fare qualche gara come "libero", cercando di tenere le ruote di questi affermati ciclisti e quando si sentì pronto, era l'estate del 1909 ed era già tesserato per il Velo Club Reno, fece il suo debutto ufficiale in una riunione su pista all'ippodromo Zappoli, sempre a Bologna. Il piazzamento che ottenne fu gratificante e lo convinse a continuare quella carriera appena intrapresa, con entusiasmo crescente. Nel 1909 arrivarono così i primi successi, una gara sul circuito della Montagnola, davanti a Ezio Corlaita, e la Coppa Cesaroni-Venanzi a Castiglion Fiorentino. Nelle corse in linea fu inoltre secondo nella Bologna-Imola-Bologna, 15° nella Coppa Bastogi a Firenze e 9° nel Giro dell'Emilia (2° dietro Erba fra i dilettanti). Nel 1910 fu costretto a svolgere un'attività ridotta a causa degli scarsi mezzi (biciclette fatiscenti e aiuti meccanici) che utilizzava e dei magri guadagni. Nonostante ciò si piazzò 3° nella Coppa Appennino, con arrivo a Vignola, e 8° nel Campionato Italiano di resistenza per dilettanti ad Alessandria, il 22 ottobre, dominato dall'alessandrino Enrico Verde. Con il passaggio alla squadra della Goricke la situazione migliorò sensibilmente nel 1911. Fu infatti primo nel Campionato Emiliano dilettanti a Bologna, nella Coppa New Hudson a Poggio a Caiano, nell'Eliminatoria Emiliana (disputata a Bologna) del Gran Premio Peugeot, nella Coppa Tinozzi a Empoli (20 agosto) e nella Coppa delle Marche a Macerata (il 27 agosto). Si piazzò 12 volte secondo e fu quarto nella Coppa del Re, la classica più importante per i dilettanti dell'epoca. Su pista primeggiò, insieme all'altro vergatese ed amico fidato Cesare Zini, in ben 11 manifestazioni, confermando la sua versatilità e la sua forza. Il 1912, con la maglia del Club "L'Italiana", iniziò sotto i migliori auspici: si piazzò infatti quarto nel Giro di Romagna (il 5 maggio) e l'Unione Velocipedistica Italiana deliberò di conseguenza il suo passaggio tra i professionisti juniores (o non classificati). Una promozione che incredibilmente si rivelò un grave danno per l'omino di Vergato; a causa della mancanza di uno sponsor che coprisse le maggiori spese per l'attività importante a livello nazionale, dovette limitare la sua partecipazione alle corse emiliane e romagnole e l'11 agosto giunse di nuovo secondo nel Giro di Romagna, stavolta però riservato ai professionisti juniores. Riuscì comunque a debuttare al Giro d'Italia: fu 14° a Padova (1° tappa), 31° a Bologna (2° tappa) e 33° a Pescara (3° tappa). Durante la quarta tappa si ritirò. Il 1913 fu l'anno della svolta: grazie all'ingresso nella formazione della Stucchi, decise di abbandonare definitivamente il lavoro in fabbrica e di puntare tutto sulla sua attività professionistica. I risultati parvero subito giustificare questa scelta non certo facile: il 30 marzo è 5° nella Milano-Sanremo. E' quindi terzo nel Giro delle Tre Provincie a Ferrara, 5° nella classifica finale della XX Settembre, ma quando le cose sembravano andare per il verso giusto arrivò una malaugurata caduta mentre si allenava insieme a Corlaita, a Massalombarda, con conseguente stop dovuto alla frattura della clavicola. Riuscì a ristabilirsi appena in tempo per essere al via del Giro d'Italia, la gara che più lo affascinava e nella quale sentiva di poter essere un grande protagonista, ma, a causa della preparazione insufficiente, fu costretto all'abbandono già alla prima tappa, la Milano-Genova. Fu costretto ad un periodo di riposo forzato e tornò alle corse solo il 12 ottobre vincendo il Giro d'Emilia, con un finale contestatissimo dal suo grande "storico" amico Ezio Corlaita. La corsa si risolse in volata, sulla terra dell'ippodromo Zappoli a Bologna, e la giuria fu evidentemente disturbata nell'emissione dell'ordine d'arrivo dal fitto polverone alzato dalle biciclette dei concorrenti. Corlaita era convinto di aver tagliato il traguardo per primo, ma Calzolari, definito nell'occasione "scaltro come un demonio", fu proclamato vincitore dal giudice d'arrivo. Archiviato anche questo trionfo con .... polemiche, il campione della Stucchi si schierò alla partenza del Giro di Lombardia animato da propositi di vittoria, ma ancora una volta la cattiva sorte lo mise ko. Quando era nel gruppo di testa, ormai lanciato verso il traguardo, una brutta caduta lo costrinse ad abbandonare, e così fini il 1913.
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